Crisi migratoria e sicurezza, Europa a una o più velocità, questione Brexit e l’ombra lunga dei partiti nazionalisti: è un confronto a tutto campo quello tra gli ‘Spitzenkandidaten’, i candidati scelti dai partiti per la presidenza della Commissione Ue dopo le elezioni del 26 maggio e i nuovi equilibri nel Parlamento europeo, che dal palco dell’edizione 2019 di State of the Union hanno lanciato messaggi diversi – come è ovvio – ai rispettivi elettorati, tuttavia con la matrice comune del senso di appartenenza a un’Europa che non è in discussione. Ma ad ipotecare un futuro mai come questa volta incerto per l’Unione, un convitato di pietra: l’idra a molte teste di sovranisti e populisti con la quale i possibili presidenti della Commissione hanno già cominciato a fare i conti a forza di richiami e riferimenti. “Non vorrei che i miei dati personali finissero alle autorità ungheresi”, ha ironizzato Ska Keller (Verdi europei) a proposito di un dossier sensibile come quello della sicurezza in Europa e della proposta, più o meno condivisa dagli altri candidati, di un database accessibile a tutte le polizie d’Europa e di una Fbi europea sulla quale, invece, il popolare Manfred Weber si è detto d’accordo come pure Guy Verhofstadt (Alde). Scettico sulla fattibilità di un esercito europeo il socialista Frans Timmermans che chiede forze armate più efficienti e “maggiori responsabilità a livello collettivo”. Un tema, quello della sicurezza, inevitabilmente legato alla questione migratoria, divisiva come non mai in termini di equilibri interni all’Unione e di protezione, vera o presunta, dei confini esterni. “Ci sono coloro che vogliono muri e frontiere, noi no”, ha scandito Keller, mentre Timmermens ha dato un nome e un cognome a quel nemico oggi in visita nell’Ungheria del muro costruito da Viktor Orban a difesa della sua idea di ‘fortezza Europa’. “Matteo Salvini che è andato da Orban, quello che ci ha impedito di trovare una giusta soluzione” alla questione migranti. Ma è l’Europa a una o più velocità, compatta o a cerchi concentrici, il grande tema su quale si gioca molto del futuro di un’Unione che per qualcuno rischia di disgregarsi. “Non siamo d’accordo con un’Europa con un centro e una periferia, vogliamo un’Europa unica e non alla deriva”, è l’idea di Keller. E Verhofstadt rincara: “sono contrario a un’Europa a più velocità, dobbiamo avere un primo cerchio in cui tutti partecipino a medio e lungo termine e poi un cerchio più esterno con Paesi legati a Ue”. Timmermans invece preferisce un “sistema in cui ci sia solo un binario ma in cui Paesi si muovono a diverse velocità, rispetto ai due cerchi”. Tira dritto per la sua strada Weber che ribadisce di non volere “alcuna divisione”. “Anche se ci saranno governi populisti – sostiene – non accetterò più che alcuni membri del consiglio blocchino le future iniziative del nostro continente”. Categorico Weber anche sulla vicenda Brexit, potenziale elemento di disgregazione dell’Ue, che definisce una “decisione sbagliata” sottolineando che farà “il possibile per mantenere la Gran Bretagna sulla nostra barca”. “Un accordo nel contesto di una unione doganale si può fare”, ha detto da parte sua Verhofstadt, auspicando l’intesa fra Tory e Labour “per terminare una lotta durata tre anni”. Timmermans e Keller hanno idee chiare e univoche su Brexit: serve un secondo referendum.
